L'impero
delle bollicine
di Enzo Mangini [dal numero 17 di Carta]
Naturale o gassata è comunque un grosso affare: in tutta Italia cinquemila miliardi. Duemila vanno in Lombardia, dove la regione incassa 260 milioni dalle concessioni e spende 40 miliardi per raccogliere le bottiglie di plastica, Due multinazionali bloccano la legge di Rifondazione. Dalla lotta degli operai della San Pellegrino allo scontro con la Nestlé
Nel 2000 ci siamo bevuti 5 mila 500 miliardi, titolerebbe un
qualsiasi giornale parlando del mercato delle acque minerali in Italia. E
andrebbe avanti sciorinando statistiche sulle marche più gettonate e sui
consumi pro-capite, magari divisi per regione. Ciò che non direbbe un giornale
qualsiasi è che le acque minerali sono considerate dalla legge [la numero 36
del 1994] un patrimonio indisponibile delle regioni, che dovrebbero
regolamentare lo sfruttamento delle fonti "salvaguardando le aspettative e
i diritti delle generazioni future".
Dei 5 mila 500 miliardi, circa 2 mila sono finiti ad aziende che hanno
concessioni in Lombardia, una delle regioni italiane a più alta densità di
fonti minerali. E di quei 2 mila miliardi, la regione ha incassato 260 milioni,
pari a 0,03 lire al litro.
"Tutto è partito dalla lotta degli operai della San Pellegrino - racconta
il consigliere regionale lombardo di Rifondazione comunista Ezio Locatelli -
ragionando su come risolvere il problema, ci siamo accorti di una situazione
assolutamente paradossale". Ecco il paradosso: la legge regionale lombarda
del 1980 regola il prezzo delle concessioni sulla base della superficie della
concessione stessa, a 50 mila lire l’ettaro o frazione di ettaro. Totale, su 33
concessioni, divise per 24 società o aziende, l’incasso è, appunto, di 260
milioni. Ma c’è anche un secondo paradosso. La regione spende alcune decine di
miliardi per smaltire le bottiglie di plastica di quelle stesse aziende.
Rifondazione ha protestato, ha occupato l’assessorato regionale all’ambiente e
ha presentato una proposta di legge regionale per modificare il parametro di
calcolo della concessione, tenendo conto della quantità di acqua pompata dalle
sorgenti.
La proposta di legge regionale, nata anche grazie alle assemblee
nei comuni interessati alle concessioni, affronta la situazione in modo
organico, delineando una politica di gestione delle acque minerali che finora è
mancata. "Prevediamo, come base di discussione, di chiedere una lira per
ogni litro di acqua estratto, il che porterebbe nelle casse regionali alcuni
miliardi, anziché poche centinaia di milioni. Ma questo costo può scendere se
le imprese investono in occupazione, uso del vetro al posto del Pet, e
riduzione degli sprechi. Oggi vengono estratti circa 8 miliardi di litri
d’acqua, ma ne vengono imbottigliati e venduti solo 2 miliardi e mezzo. Quasi 6
miliardi di litri vanno sprecati, e non sappiamo esattamente come evitarlo,
visto che le aziende non hanno nessuna convenienza a migliorare i sistemi di
pompaggio".
Nel 1998 l’assemblea regionale ha modificato la legge del 1980, prevedendo
"un diritto posticipato con scadenza semestrale proporzionale alla
quantità di acqua imbottigliata". Contro questa disposizione, alcune
aziende hanno fatto ricorso al Tar che ha investito della cosa la Corte
costituzionale, visto che, secondo i legali delle aziende, la Regione ha
imposto una tassa eccedendo dalle sue competenze. "Si è trattato di un
gioco delle parti - accusa Locatelli - il testo varato era chiaramente
inapplicabile".
"Non vogliamo pagare per quello che estraiamo, perché imbottigliamo solo
quello che siamo in grado di vendere" ha detto il presidente di
Mineracqua, l’associazione delle aziende, intervistato da Report, il programma
televisivo di inchieste di Milena Gabanelli, "Vogliamo pagare quello che
stabilisce la legge, ma una legge nazionale", In attesa della sentenza
della Corte costituzionale, tutto è fermo e i profitti crescono.
Crescono perché il mercato cresce: dal 1999 al 2000 c’è stato un aumento del 4
per cento dell’acquisto di acque minerali. Ma cresce anche perché le aziende di
riorganizzano, si fondono, si addizionano, e così ben il 35,6 per cento del
mercato nazionale [dati Iri-Infoscan, 1997] è controllato dalla multinazionale
svizzera Nestlé.
La Nestlé era già presente sul mercato italiano con alcuni
marchi controllati attraverso la Perrier, ma ha rafforzato la sua posizione,
ora dominante, a partire dal 1994, con la nascita della Compagnie financiere du
Haut Rhin, una holding con sede in Lussemburgo. La Cfrh nacque nel 1994
[istruttoria dell’autorità garante per la concorrenza e il mercato C1207] dalla
fusione della San Pellegrino con la Garma [Levissima e altre acque] e grazie a
un contemporaneo aumento di capitale sottoscritto da un ramo della Nestlé. Dal
1997, la multinazionale svizzera controlla, direttamente e attraverso il solito
gioco di scatole cinesi di holding e compagnie, il 100 per cento del gruppo San
Pellegrino, la fetta più grossa del mercato. All’antitrust dal 1994 non si sono
più occupati di acque minerali, e sono in attesa di comunicazioni dall’ufficio
del commissario europeo per la concorrenza, Mario Monti, che sarebbe stato
informato degli ultimi travasi di azioni.
La legge regionale proposta da Rifondazione è scomoda tanto che nel ricorso al
Tar si sono alleate la San Pellegrino e la Bsn-Danone [altra multinazionale]
che controlla, attraverso la Italaquae [Boario, Igea e altre], un altro 16,9
per cento del mercato nazionale. "Si è rotto il rapporto che le acque
minerali avevano con il territorio - dice Locatelli - a vantaggio dei grandi
gruppi e a scapito non solo dei cittadini, ma anche delle aziende più
piccole". Confrontando i dati dell’antitrust, con quelli di Rifondazione,
si vede che la quota di mercato delle aziende "altre" cioè quelle
fuori dai grandi gruppi, dal 1994 al 1997 è passata dal 34,9 al 16,3 per cento.
Il giornale qualsiasi direbbe, a questo punto che, come al solito, si dà la
colpa alle multinazionali…