5000 manifestanti a Torino contro la Guerra. Mentre procedevano i
bombardamenti la manifestazione indetta dal torino Social Forum ha
raccolto 5000 partecipanti uniti dallo striscione NO ALA GUERRA.
Particolarmente partecipato lo spezzone del Network antagonista
piemontese che si è riunito sotto le parole d'ordine FERMARE LA GUERRA -
DISERZIONE SOCIALE-
network antagonista piemontese
http://noglobal_To.3000.it
*centro sociale Askatasuna*
c.so regina margherita 47 Torino Italy
www.ecn.org/askatasuna

da Repubblica Cronaca cittadina
Quelle duemila
bandiere nella notte

la pace

MASSIMO NOVELLI

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Sono oltre duemila, chiamati a raccolta dal Torino Social Forum mentre
le televisioni di tutto il mondo danno praticamente in diretta gli
attacchi americani all'Afghanistan. Più di duemila voci che riecheggiano
controcorrente nella dolce sera torinese. Voci. Bandiere rosse e della
Palestina, di Rifondazione, dei Comunisti italiani, dei Verdi e degli
Umanisti, dell'Askatasuna e del Gabrio, della Sinistra giovanile e di
Socialismo rivoluzionario.
Un arcobaleno per dire no alle guerre e ai terrorismi, per gridare che
«un altro mondo è possibile». E sono voci di studenti e di giovani dei
centri sociali, di vecchi militanti della sinistra e di anarchici, di
comunisti e di sindacalisti della Fiom, dei Cub, dello Slai Cobas. Poi
c'è la voce, a chiudere il corteo sgranato da piazza Arbarello fino a
piazza Castello, dell'imam della moschea di Torino Bouriq Bouchta. Una
voce che dice nel megafono: «Pagano sempre gli innocenti, la gente che
non c'entra niente, gente come noi, che non siamo talebani. Noi che non
siamo né con Bush né con i talebani. Siamo per la pace e per la
giustizia».

Improvvisata in poche ore, subito dopo il primo raid su Kabul, la
manifestazione del Torino Social Forum riesce comunque a fare sentire
alla città le ragioni di chi non crede che gli interventi bellici,
chirurgici o meno, possano davvero risolvere i drammi dei popoli dei Sud
del mondo. Magari non saranno troppo popolari in queste ore, questi
duemila e passa che sfilano in un centro distratto, ma loro non
rinunciano al coraggio «scandaloso» delle loro idee, non abdicano alla
politica continuata dalla guerra.
Il serpentone del corteo si apre con uno striscione verniciato con
caratteri viola su un fondo d'arancio. C'è scritto: «No alla guerra».
Seguono tutti gli altri. Striscioni e facce, capelli lunghi e capelli
corti, cravatte e kefiah. Quelli che invitano alla «diserzione sociale»
e quelli che urlano come trent'anni fa «yankee go home» e «via l'Italia
dalla Nato, via la Nato dall'Italia». Quelli che sono stati a Genova
contro il G8 e anziani esponenti del movimento operaio come Gianni
Alasia. Dirigenti della Fiom come Giorgio Cremaschi, Giorgio Airaudo,
Pietro Passarino, e ragazze dalle zazzere colorate e la maglietta del
Che Guevara che scandiscono gli slogan dei loro padri: «Hasta la
victoria siempre». Forse saranno ingenui, forse alcuni rispolverano un
antiamericanismo (contro i governanti, non contro gli americani) che
sembra da museo del come eravamo. Eppure sono un pezzo di società, di
politica, di speranze e probabilmente di illusioni, che si ostina a non
pensarla secondo i dettami del pensiero unico, pur tra cento
contraddizioni e differenze.
Non c'è Sergio Chiamparino, non ci sono rappresentanti delle
istituzioni. Sono pochissimi anche gli immigrati extracomunitari. Mentre
è presente l'imam, con il quale il sindaco ha polemizzato. «Ci hanno
avvertito tardi - si scusa Bouchta - se no saremmo stati molti di più
noi musulmani». Ma essere lì, assieme a chi inalbera stendardi con la
falce e il martello, e a chi sventola il drappo nero dell'anarchia, è
significativo. «La comunità islamica - spiega ancora - è a fianco di
tutta la civiltà contro il terrorismo». Che per lui è anche quello di
Ariel Sharon. Non ci sono i diessini. Però c'è un sindacalista come
Cremaschi, segretario regionale della Fiom, che non ha timore di
criticare la sua organizzazione: «L'assenza della Cgil, della
maggioranza della Camera del lavoro, a manifestazioni per la pace come
questa, sta diventando preoccupante».
Il corteo raggiunge la prefettura tra slogan, canti, rulli di tamburi.
«Gli americani - si ritma a un certo punto - non sono più civili dei
talebani». Marciano e camminano laici, cattolici, islamici, atei. Il
mare di volantini distribuiti è altrettanto eloquente. «Imperialismo
assassino» recita uno. «Costruiamo la pace subito» fa un altro. «Contro
i giochi di guerra» titola quello della Cub scuola. «Individuare,
catturare, colpire i colpevoli. No alla guerra. No al terrorismo» dicono
i Comunisti italiani nel loro appello a partecipare alla marcia per la
pace PerugiaAssisi.
Quando i manifestanti arrivano in piazza Castello, la sera si è fatta
più fredda e i cittadini sono sempre più distratti, neppure un po'
incuriositi. Solo un immigrato marocchino con la testa brizzolata,
silenzioso e serio in viso, si stacca dai portici per andare dietro quei
duemila e rotti che non ci stanno ad adeguarsi alle idee dominanti. Sta
loro dietro, non parla, osserva e ascolta. Non ha la faccia del
talebano, ha il volto di uno lontano da casa sua. Il viso dei poveri
cristi della terra.