New York, 11 settembre: scenari possibili dopo l'attentato alle Torri Gemelle

a cura della

Redazione di PROTEO

 

 

¨      IL CONTESTO DEI MESI IMMEDIATAMENTE PRECEDENTI L’ATTENTATO DELL’11 SETTEMBRE vedeva gli USA in forte difficoltà. Sul piano politico-militare la loro egemonia era messa in discussione dalle mire di affermazione e di espansione geoeconomica del polo dell’UE (vedi situazione nei Balcani, espansione economica dell’UE nell’Europa centro-orientale, costituzione di un esercito del tutto autonomo all’interno dell’UE e le contraddizioni operative e strategiche fra paesi UE e USA nella NATO).

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 Sul piano politico-economico gli USA erano entrati in una vera e propria recessione dopo circa 10 anni di crescita economica forzata e drogata, sorretta da un fortissimi indebitamento interno, da un grande passivo della bilancia dei pagamenti con forte indebitamento esterno, (solo a titolo di esempio si ricorda gli oltre 1.200.000 licenziamenti degli ultimi mesi e il fortissimo crollo della domanda interna e degli investimenti).

Sul piano finanziario e del mercato dei capitali,  negli ultimi mesi forti erano stati i segnali di perdite consistenti con veri e propri crolli della Borsa americana; tra l’altro per cercare di rilanciare la domanda interna c’erano stati negli ultimi mesi 7 abbassamenti dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve e ciò faceva perdere quella grande attrattiva dei capitali stranieri che negli ultimi anni gli USA ottenevano mantenendo tassi di interesse molto più alti dell’Europa.

 

¨      IL CONTESTO DEI GIORNI IMMEDIATAMENTE SUCCESSIVI ALL’ATTENTATO DELL’11 SETTEMBRE vede gli USA nuovamente assumere un ruolo prioritario  sul piano politico-militare, sia in senso autonomo sia all’interno della NATO, (vedi il richiamo dell’articolo 5 del regolamento NATO, vedi il via libera ottenuto dalla Comunità internazionale occidentale ai bombardamenti e ad una "guerra infinita", quindi diffusa e di lunga durata). Ciò significa, almeno momentaneamente, tentare di ridurre le mire egemoniche ed espansionistiche da parte dell’UE.

Sul piano economico si assiste a ciò che si è visto sempre durante la storia del capitalismo e dell’imperialismo, cioè la scelta della guerra e dell’economia di guerra per uscire dalla recessione. Ancora la guerra come strumento fondamentale nella lotta tra poli per il dominio geopolitico e geoeconomico, la guerra per il controllo delle risorse  energetiche e delle forze produttive, per il dominio sui corpi sociali e sull'intero vivere sociale. Un'economia di guerra che cercherà, pertanto, di sostenere la domanda attraverso le spese militari, facendo crescere la produzione delle imprese belliche e di tutto il supporto produttivo legato alla difesa, all’Intelligence, alla Security, ecc. Ciò è un keynesismo di guerra che ovviamente porterà ad incrementi di spesa pubblica militare, a forti riduzioni di quella parte di spesa pubblica che invece ha carattere sociale (pensioni, sanità, salario diretto, indiretto e differito).

La soluzione dell’economia di guerra sarà quella accettata e portata avanti anche dall’UE, e quindi dal nostro Paese perché la situazione statunitense ha avuto e avrà ripercussioni recessive in Europa e quindi la via di uscita sarà quella di marciare secondo i parametri del sostenimento della domanda e dell’economia capitalistica attraverso una sorta di "maccartismo globalizzato" che dovrà avere carattere strutturale, cioè ampio respiro e lunga durata, (vedi ad es. già le proposte da parte del Governo Berlusconi, i tagli al sistema pensionistico, alla sanità e allo Stato sociale). Se comunque il rilancio della domanda attraverso il keynesismo dovesse portare ad impennate dei prezzi, e quindi ad un contesto inflattivo, l’unica soluzione per contenere i prezzi, sarà quella di sviluppare la capacità produttiva inutilizzata, pertanto aumenti  della produttività del lavoro, aumentare la flessibilità e precarizzazione dell’occupazione e dei salari e ridurre i costi, in primis il costo del lavoro.

Sul piano strettamente finanziario si sta assistendo a forti abbassamenti degli indici borsistici  statunitensi, europei e ancora più forti in Italia (sono invece saliti significativamente i titoli delle società legate direttamente o indirettamente all’industria bellica e all’economia di guerra), e fino ad ora si è evitato un crollo come quello del ’29 semplicemente con una chiamata "patriottica" e con un ricorso al "terrore psicologico" verso gli investitori (si ricorda, ad esempio, che per sostenere il corso dei titoli limitando i danni irreparabili provenienti da una vendita in massa si è ricorso all’acquisto delle proprie azioni da parte delle grandi imprese americane, a forti acquisti da parte degli investitori istituzionali e dei  Fondi Pensione e  ad invogliare i piccoli risparmiatori che operano on line a non  vendere altrimenti sarebbero stati considerati "fiancheggiatori di Bin Laden" (vedi i continui messaggi mandati su internet). Un mercato di capitali "pompato", dove anche i rialzi e le piccole riprese sono imputabili ai giochi a sostegno e ai titoli delle imprese meglio proiettate nei nuovi scenari.

 

¨      SCENARI POSSIBILI. Purtroppo la prospettiva sembra essere quella di un contesto internazionale di guerre diffuse alla ricerca di ipotetici terroristi presenti a livello internazionale su tutte le aree (Afganistan, Irak, Libano, altri paesi  dell’area fino a coinvolgere nuovamente i Balcani,  e l’area euro-asiatica in generale); guerra di lungo periodo (vedi le ipotesi di fonte ufficiale sulla  missione “giustizia infinita”), che al di là dell'immediatezza o meno e dell'intensità dei veri e propri atti di guerra guerreggiata, si configura, comunque, come una lunga fase di guerra permanente e globale. Se un ruolo di ritorno prioritario degli USA in un primo tempo potrà essere ben visto, o sopportato, da alcuni paesi dell’UE, dalla Russia, dalla Cina, e da altri perché ne potrebbero avere un ritorno economico e politico-strategico immediato (ad esempio vedi il nuovo ruolo a cui aspira Putin per la Russia e la Cina che entra nel WTO), nel medio periodo, invece, ciò significherà l’acutizzarsi delle contraddizioni tra poli geoeconomici; ciò perché l’UE non può vedere soffocate le proprie mire espansionistiche  e non può accettare un ruolo predominante degli USA nell’Eurasia, area di interesse strategico per l’Europa. D’altra parte la Cina, la Russia, ma anche l’India e l’Iran non possono accettare una presenza di lungo periodo con insediamenti militari a finalità di conquista economica da parte degli USA, poiché l’Asia costituisce  l’area di sopravvivenza e di espansione economica da parte di tali nuovi paesi emergenti.  Si apre, pertanto, la fase della globalizzazione che entra nella dimensione di guerra per permettere al capitalismo di uscire da un contesto macroeconomico recessivo, per tentare di superare con l'economia di guerra la crisi di domanda, di sovrapproduzione che si coniuga ad una epocale crisi di accumulazione del capitale.

Pertanto il movimento dei lavoratori e gli oppositori al modello capitalistico in genere dovranno fare i conti con questo scenario di  keynesismo di guerra come fenomeno economico strutturale e quindi prepararsi a restrizioni da parte dei governi sul piano delle libertà individuali e sindacali, dei diritti in genere e con forme di sviluppo della spesa pubblica a carattere militare con conseguenti restrizioni economiche che colpiranno sempre di più i salari e la spesa sociale.