PUBBLICHIAMO UNA ABBASTANZA ALLUCINATA DISCUSSIONE PROVENIENTE DAGLI AMBIENTI DEL PACIFISMO UFFICIALE CHE AVREBBE LA PRETESA DI DESCRIVERE COSA DICONO E COSA FANNO I PACIFISTI AMERICAN I E CHE NON DEDIDICA NEANCHE UNA PAROLA A QUELLI CHE HANNO RICONFERMATO LA MANIFESTAZIONE A WASHINGTON CONTRO LA CASA BIANCA CONTRO BUSH CONTRO LA GUERRA CONTRO IL RAZZISMO
LEGGETE!!
19-9-01 DA SONDAGENOVA A CERCHIODIG8
Cosa dicono e cosa fanno i pacifisti americani?
di Redazione (redazione@vita.it)
18/09/2001
Una domanda che corre sul filo: scambio di opinioni e di email tra
Alessandro Marescotti, Sabrina Fusari e Richard Walton.
Alessandro Marescotti
Mostruoso: l'85% degli americani e' favorevole ad azioni militari e di essi
il 75% ritiene che le ritorsioni vadano intraprese anche se implicano
vittime innocenti. E' apparso oggi su Televideo. Il primo moto che ho
provato e' stato di disgusto, al pari di quelli che ballavano dopo
l'attentato.
Poi ho pensato che la fetta di americani che ha ancora la testa sulle spalle
deve essere aiutata. Dobbiamo far sentire la loro voce.
Ti invito Sabrina a dare un'occhiata su www.peacenet.org
e su www.igc.org
per vedere se vi sono voci di pace e di ragionevolezza che si levano - via
Internet - dagli Usa. I nostri cugini pacifisti che dicono?
Risposta di Sabrina Fusari traduttrice di PeaceLink e buona conoscitrice del
panorama sociale e culturale americano.
Mi poni un quesito difficilissimo, e la risposta, me ne rendo conto,
potrebbe prestarsi a molti fraintendimenti... Perdonatemi la lunghezza della
mail ma vorrei cercare di spiegare questo fenomeno in un modo almeno decente
(esauriente non posso essere: forse non basterebbe neanche un libro e di
sicuro non basterebbero le conoscenze che ho. Tenete poi conto che io stessa
sono stata piuttosto sconvolta dall'evento, e anche se non mi è bastato per
abbandonare o attenuare il mio credo pacifista, ho passato alcuni giorni di
dolore e rabbia veramente forti. Conosco alcune persone che sono negli USA -
per fortuna non erano sul luogo degli attentati, ma ci sono amici di amici
di cui ancora non si sa nulla. Una mia amica è tornata in Italia giusto
pochi giorni prima. Quindi è una cosa che mi ha toccato molto, ma cerco di
risponderti lo stesso in modo obiettivo).
Nel leggere l'imbarazzo dei pacifisti statunitensi, noi europei sembriamo
non capire un dettaglio non trascurabile: contrariamente a noi europei, gli
USA la guerra e la distruzione l'hanno sempre vista solo al TG o sui
giornali. Anche noi che siamo relativamente giovani non abbiamo mai visto la
guerra dal vivo, grazie al Cielo, ma in Europa è una realtà vicina sia nella
memoria (tutti abbiamo un papà o un nonno che a vario titolo ha partecipato
alla seconda guerra mondiale) sia nella geografia (la Serbia, la Croazia e
la Bosnia sono subito lì girato l'angolo). Molti americani hanno fatto la
seconda guerra mondiale o la guerra del Vietnam o la guerra di Corea, ma
sapevano che a casa tutto era tranquillo. Quindi il loro concetto di
"war" è
diverso dal nostro concetto di "guerra" (spero di essere stata chiara:
non
vorrei che suonasse come la solita ovvietà alla Bruno Vespa. Intendo dire
che c'è proprio un clash culturale nell'intendere questo concetto). E in un
certo senso è diverso anche per i pacifisti statunitensi, che pure hanno una
maggiore empatia in relazione a queste cose: ma, malgrado la prospettiva più
ampia che possono avere nell'analisi individuale del fatto, vivono in una
società che ha subito un attacco diretto per la primissima volta. Non
possono, temo, non esserne condizionati.
Penso che nessuno si aspettasse che da un momento all'altro arrivasse uno
scenario di guerra a Downtown-Manhattan, e men che meno al Pentagono (ma
forse lo shock è dovuto più a Manhattan che al Pentagono, questa almeno è la
mia impressione. Le Twin Towers sono un orgoglio nazionale come per gli
italiani il Colosseo, con la differenza che al Colosseo non ci lavorano
decine di migliaia di persone). Forse sembra sociologia da strapazzo, ma
nessun italiano si sognerebbe di fare un film dove il Colosseo viene
disintegrato da un attacco extraterrestre: invece in Independence Day,
questa scena della distruzione di Manhattan c'era. Fare un film come
Independence Day è un modo per esorcizzare le paure, ma anche un modo per
dire "tranquilli, è un film, tanto a noi non può succedere e comunque,
anche
nel film, abbiamo vinto nel giro di un giorno". Gli europei dei film del
gen
ere non li fanno perché purtroppo, nella loro memoria storica, il
bombardamento di Roma o di Londra è esistito, e quindi non è
"fiction", e
non sarebbe così interpretato dal pubblico: non è solo perché non avremmo i
soldi per pagare gli effetti speciali. Per gli americani, è come se un
incubo, il peggiore, si fosse trasformato in realtà. Per capire come si
sente questa gente, bisogna concentrarsi per qualche minuto e pensare come
ci sentiremmo noi se, in un pomeriggio, fossero stati dirottati 3 aerei
dell'Alitalia carichi di nostri concittadini e uno si fosse schiantato
contro il Colosseo tirandosi dietro tutta via Cavour; uno si fosse
schiantato contro il Ministero della Difesa e l'altro fosse caduto fuori
Roma proprio prima di schiantarsi contro Palazzo Chigi. Solo così si può
capire - e anche qui, solo in parte - come si sentono gli americani. Sono
tutti sconvolti, specialmente poi l'uomo della strada che, contrariamente
all'intellettuale o al pacifista convinto, di solito non occupa gran parte
del suo tempo leggendo che succede ad Israele o in Bosnia o altrove (gli USA
sono un paese, non dimentichiamolo, dove molta gente pensa che l'Italia sia
in Sudamerica: insomma, ma conoscenza media della geopolitica è su livelli
bassini). La maggior parte della gente, per quanto strano possa sembrare,
non ha idea di quali possano essere le cause profonde che hanno portato ad
una simile catastrofe. Non tutti fanno il collegamento con la condizione
mediorientale, e non lo sentono neanche alla TV perché la CNN (la rete più
seguita) ne parla poco.
Alessandro Marescotti:
>Mostruoso: l'85% degli americani e' favorevole ad azioni militari e di essi
>il 75% ritiene che le ritorsioni vadano intraprese anche se implicano
>vittime innocenti.
Sabrina Fusari: Confermo. Ma considera che il popolo americano tende ad
essere molto compatto in certe circostanze. La bipartisanship è questo
concetto, non quello di cui chiacchieravano tempo fa Rutelli e Berlusconi
sul fattaccio di Venezia: è l'idea in base a cui, quando la Nazione è
minacciata, stiamo tutti col Presidente. Non chiedermene la ragione
sociologica, però avanti a quello che viene percepito come un attacco (e se
ci pensi, pur non conoscendosene l'attore, è un atto di guerra), purtroppo
in un contesto come quello statunitense è normale che, dal momento in cui il
Presidente si è dichiarato così totalmente pro conflitto, l'opzione
pacifista (cioè reagire sì, ma non con altra violenza bruta, bensì con la
ragione) abbia la peggio. Cerco di non fare della realpolitik alla Luttwak,
Dio me ne scampi, ma purtroppo la realtà della reazione pubblica
statunitense è questa. In due frasi, è così: non si può non reagire, e se la
reazione dev'essere guerra, guerra sia. Oggi il New York Post aveva un bel
titolone con scritto "WAR" e la gente se lo leggeva amenamente al
Central
Park (ho visto le immagini alla tv), mostrando che non c'è una totale
comprensione di cosa può portare una guerra su tutti i fronti come vorrebbe
Bush (migliaia di morti tra i giovani occidentali, o addirittura una bomba
atomica con 3 miliardi di vittime, ecc. ecc.), ma l'idea generale è che
comunque bisogna farla, perché "siamo americani", ed essere americani
comporta anche questo seguire il Presidente, quando la situazione è davvero
grave.
Questo, chiaramente, NON significa che tutti gli americani siano
improvvisamente diventati dei guerrafondai, oppure che siano tutti dei
pecoroni acritici che seguono in Presidente anche a costo della vita.
Significa solo che gli americani in generale pensano che bisogna fare
qualcosa e siccome il Presidente dice che questa cosa è la guerra, per
essere fedeli all'America, bisogna farlo. Ovviamente parlo dell'uomo della
strada, non di Chomsky, né di Herman né di altri grossi intellettuali e/o
pacifisti che certamente si pongono il problema più in profondità.
Non vorrei suonare paternalistica, visto che non mi ritengo affatto in grado
di giudicare il popolo americano, così come non giudicherei nessun popolo:
però gli statunitensi sono legati da sempre ad un'idea di Nazione diversa da
tutte le idee di Nazione europee. Per gli statunitensi, essere
"America"
significa per prima cosa essere " a city upon a hill, the eyes of all
people
are on us", un concetto chiave che discende dai Padri Fondatori (John
Winthrop, per la precisione) che sta ad indicare l'idea, insita non già
negli sciovinisti più radicali, ma nell'americano medio, per cui l'America è
comunque un faro al quale gli occhi di tutto il mondo guardano. Sono
convinta che molta gente comune, pur essendo contro la guerra, e pur capendo
benissimo a cosa può portarci il conflitto (Bush parla già di attacco di
terra, e si sa bene che l'attacco di terra costerà dei morti, potenzialmente
moltissimi), risponda "Sì" ai quesiti del sondaggio pensando che
"the city
upon a hill" non può "lasciar correre", neanche volendo. E nelle
menti di
molta gente, ora, qualunque opzione che non sia "war" è "lasciar
correre".
Penso che vada imputato al drammatico shock inflitto alla società civile USA
in questi giorni.
Alessandro Marescotti:
>Il primo moto che ho provato e' stato di disgusto, al pari di quelli che
>ballavano dopo l'attentato.
Sabrina Fusari: Ma guarda che, vista da una prospettiva made-in-USA, anche
il "Glory Glory Alleluja" della funzione solenne aveva un che di
inquietante. Specie nella coreografia data dalla CNN - dal vero non lo so -
sulla mestizia prevaleva un senso di patriottismo che sforava sul
nazionalismo. Per non parlare di certe scene piuttosto sconvolgenti al
cosiddetto "Mural of Hope" (gente che inneggia alla vendetta, e non
solo gli
WASPs, anche gente delle minoranze -se però ti può consolare, qualcuno
cantava anche "Blowing in the Wind", non so però quanti fossero). Per
non
parlare poi del canto "USA-USA-USA" che viene inneggiato parecchie
volte
dalla folla in questi giorni. Quasi tutti si sono comprati una bandiera
degli USA o anche più di una e perfino gli operai al lavoro tengono la
bandierina sul caschetto (non so se hai notato
alla tv). Anche qui, va fatto un distinguo: il nazionalismo americano è
diverso da quello europeo. Non tutti quelli che si sono comprati la bandiera
degli USA saranno per la guerra, ma è vero che in questo momento c'è una
forte e pericolosa analogia tra senso della Nazione e guerra (e direi che ho
pochi dubbi sul fatto che sia stata fomentata in primo luogo da Bush). In un
certo senso, fanno la stessa cosa che facevano i serbi sotto le bombe:
sventolano le bandiere e si stringono attorno al leader del loro popolo.
Ed è tristissimo notare che tutto ciò implichi un sentimento pro-guerra di
massa, ma comunque bisogna anche capire che gli USA non si sono mai trovati
davanti ad uno sfacelo del genere in casa propria, e non pensavano che
sarebbe stato possibile (una delle frasi più comuni di questi giorni è
"these things just don't happen in America", che indica che la gente
ancora
non ci vuole credere): penso che sia normale, come reazione iniziale, che la
gente sia sconvolta al massimo grado e non ragioni sulle tragiche
conseguenze dell'azione che vuole intraprendere Bush.
Alessandro Marescotti
>Poi ho pensato che la fetta di americani che ha ancora la testa sulle
spalle >deve essere aiutata. Dobbiamo far sentire la loro voce.
>Ti invito Sabrina a dare un'occhiata su www.peacenet.org
e su www.igc.org
per vedere se vi sono voci di pace e di ragionevolezza che si levano - via
Internet - dagli Usa.
La cosa incredibile - se vuoi guardaci anche tu - è che il sito non è stato
aggiornato. Di conseguenza, non c'è nulla sul disastro, né sulle reazioni
che ne sono conseguite. Quasi che questi si vergognassero di essere
pacifisti. La cosa, devo ammetterlo, un po' mi sconvolge, ma va letta sul
background di questa compattezza tipicamente statunitense nei casi di
emergenza nazionale. Comunque ci sono siti tradizionalmente pacifisti che
sono stati aggiornati, tipo www.antiwar.com,
e qui si trovano articoli presi
un po' dappertutto. Si parla un po' di "war hysteria", ma tutto
sommato i
commenti non ci sono. Insomma, noto quasi un senso di imbarazzo ad essere
pacifisti, anche se non so dirti quanto questo imbarazzo sia
generalizzato(parecchio, però, temo).
>I nostri cugini pacifisti che dicono?
Richard Walton, ex giornalista:
Penso che la guerra al terrorismo sarà proprio un bel successo cosi come la
guerra alla droga, troppo concentrata sui sintomi piuttosto che sulle cause.
Durante tutte le ore di servizi giornalistici che ho visto ieri , non ho mai
sentito nessuno chiedersi perché degli uomini hanno donato le loro vite e
commesso degli atti che sapevano essere terribili.
Se il responsabile di tutte queste atrocità è davvero Bin Laden, o qualcuno
come lui, sembra ovvio che la base del loro terrorismo sia la percezione che
gli Stati uniti siano dalla parte di Israele nel conflitto tra Israele e
Palestina.
Non so dire perché non si è mai discusso di questo.
Finchè non tornerà la pace tra Israele e la Palestina, non ci sarà pace da
nessuna parte, come hanno dimostrato gli orrori di pochi giorni fa.e non
penso che tornerà la pace in quelle regioni se gli Stati Uniti si
schiereranno da una delle due parti.
La responsabilità maggiore per il ripristino della pace spetta agli
Israeliani e ai Palestinesi, entrambi hanno fatto cose terribili.
Ma entrambi devono capire che la loro unica sicurezza è la pace. E che sia
là che qui, la violenza genera violenza.
Pace. Richard Walton
P.S. Ora, come molte volte nelle ultime 24 ore, dalle mie guance stanno
scendendo delle lacrime per tutte le vite perdute, quelle dei passeggeri su
quei voli, le vite delle persone negli edifici, le vite di tutti quei
coraggiosi uomini nel fuoco e le vite di tutta la polizia che li ha messi in
salvo
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