15-7-01 Vis-a-vis

Genova 2001: dalLo spettacolo della Moltitudine

al Carnevale del Proletariato Universale

Il G8 di Genova segna la fine definitiva della congiura del silenzio sulla protesta contro il capitale totale. I potenti della terra erano rimasti sorpresi a Seattle dall’inaspettato comparire di un movimento, si erano preoccupati a Napoli per il radicamento mostrato dalla contestazione. Ora incominciano ad avere paura. Si sono accorti che fuori dai loro palazzi splendenti e blindati esiste un’umanità che non si limita più a brontolare impotente sulle sue disgraziate condizioni di vita. Vecchi e nuovi padroni incominciano a temere che torni a levarsi alto un grido contro di loro: "giù la testa coglioni".

Anche i mass media, dopo aver glorificato per lunghi anni il trionfo del libero mercato mondiale, sono stati presi in contropiede a Seattle. Convinti di dover riprendere il trionfo del capitale totale, hanno invece registrato il suo primo passo falso. Ora le luci dei riflettori puntano diritti e con insistenza sulla galassia della contestazione globale. Ma le luci, si sa, possono accecare.

Lo spettacolo vuole infatti imporre le sue regole. La telecamera non è neutrale, ha una sua grammatica da rispettare. Lo schermo televisivo, lo sanno bene gli esperti del settore, appiattisce le immagini. Ma quello che non sanno, o fanno finta di non sapere questi "tecnici" dello spettacolo, è che lo schermo appiattisce anche le idee: una dichiarazione per la stampa, qualche secondo a disposizione per spiegare come e perché si vuole cambiare il mondo! Solo il tempo per un po’ di slogan, più sono banali meglio è. Così la gente capisce. Un primo piano sui "colonnelli" della protesta e un campo lungo sulle loro "truppe". E questo presunto esercito diviene sfocato e indistinto. Non può che apparire come un mero conglomerato di sigle, di associazioni e di individui: la moltitudine ha fatto il suo ingresso sulla scena. E qualcuno, più spettacolare dello spettacolo, pensa di far uscire dalla schermo questa soggetto fantasmatico, proprio così come viene rappresentato, o forse vuole soltanto farlo vivere sullo schermo per fini rivoltosi (o rivoltanti?) attraverso simulazioni di grado superiore.

Ma i potenti della terra hanno davvero paura della moltitudine? Perché si sono messi in testa di dialogare con i contestatori? Perché dicono che, in fondo, gli obiettivi del popolo di Seattle sono anche i loro? Perché insistono con pervicacia nel distinguere i buoni dai cattivi? Hanno forse paura di qualche vetrina rotta? di sprecare troppi soldi in lacrimogeni e pallottole?

Suvvia, cerchiamo di essere seri! Le vetrine rotte per il piacere dei giornalisti fanno paura soltanto ai piccoli bottegai che poi le devono riparare. Per i governi si tratta tutt’al più di un problema d’immagine perché essi sanno come governare questi fenomeni, lo fanno per mestiere: alle volte chiudono un occhio, altre volte li chiudono tutti e due, ma ai manifestanti a forza di manganellate. Se si trattasse solo di questo non ci sarebbe da essere troppo ottimisti.

I potenti della terra, in realtà, hanno paura di tutto quello che c’è dietro il palcoscenico, temono quello che la telecamera non vede. Il capitale incomincia a scorgere la ricomposizione delle membra sparse che compongono il suo altro da sé, inizia a intravedere la riaggregazione del suo nemico interno. Quel nemico che il capitale stesso non può fare a meno di riprodurre per sottometterlo realmente nella sua incessante necessità di riprodurre e accrescere se stesso, di rinnovare il processo di valorizzazione.

Le trasformazioni dell’ultimo trentennio hanno certamente introdotto divisioni e differenziazioni nel corpo del proletariato, non solo sul versante dell’immaginario e della proiezione identitaria ma anche su quello della strutturazione materiale: nelle mansioni, nel grado di "sapere" richiesto, nelle tipologie salariali, nelle garanzie giuridiche, nelle forme contrattuali. Divisioni, poi, che si sono spesso tradotte in una frantumazione spaziale e, quindi, sociale e politica. Il "luogo-fabbrica", condensazione fisica dei corpi cooperanti agglomerati dentro di esso, è stato destrutturato e depotenziato.

Ciò nonostante, l’asse portante su cui si articola il nostro mondo è sempre costituita dalla contraddizione materiale capitale/lavoro. E su questa contraddizione si fonda il conflitto che è e resta anticapitalistico. Perché, sebbene non ci sia alcuna necessità naturale che fonda la nostra "civiltà", essa, così come è oggi configurata, è il frutto della natura necessaria del capitale.

Occorre, però, saper scorgere la contraddizione nelle sue attuali articolazioni essenziali:

1) La marginalizzazione ovvero la colonizzazione/sussunzione delle esistenze/economie "altre". Su scala mondiale, l’anacronistica definizione, per intere aree del pianeta spesso trasversali ai confini statuali, di "paesi in via di sviluppo" ha perso ormai ogni senso, a fronte di una dinamica duplice e contraddittoria: da una parte il definitivo scardinamento delle economie di sussistenza precapitalistiche e il loro inserimento nella circolazione planetaria della merce, dall’altro la loro sostanziale esclusione dal circuito dell’accumulazione del capitale.

2) La precarizzazione ovvero la compatibilizzazione/flessibilizzazione dell'intera vita umana ormai ridotta a merce ... sempre più invendibile. La precarizzazione ha stravolto status e rigidità acquisite nei precedenti cicli di lotta, la flessibilizzazione ha abbattuto le tradizionali linee divisorie tra garantiti e marginali. Quello che fu "l’esercito salariale di riserva", sempre potenzialmente riassorbibile dal mercato del lavoro, è divenuto in larga parte marginalità strutturale, consolidata emarginazione dal ciclo produttivo di enormi masse proletarizzate che sospingono strutturalmente al ribasso il prezzo di mercato della forza-lavoro. Al tempo stesso, il salario sempre più spesso è ai limiti della soglia di sopravvivenza, nel senso che non copre affatto la riproduzione, fisica e sociale, del "lavoratore" (working poors), il quale deve dunque aumentare il tempo di vita da alienare da sé e vendere (aumento dell’orario di lavoro, straordinari, secondo lavoro).

3) La mercificazione ovvero l’astrattizzazione del qualitativo reale nel meramente quantitativo astratto della merce, parametrata sulla razionalità calcolante del capitale. Anche quei bisogni precedentemente sottratti (almeno parzialmente) alla logica della merce divengono variabili dipendenti del potere di acquisto dei soggetti che li esprimono. Le attività che fino a poco tempo fa rientravano ancora nella sfera della riproduzione familiare o dell’intervento pubblico vengono privatizzate. Tutte le relazioni umane si plasmano sul paradigma del rapporto di denaro: tutti gli esseri umani diventano prioritariamente venditori e compratori di merci, atomi che nella loro strutturale separatezza più che incontrarsi si scontrano tra di loro. E, in modo sommamente contraddittorio, mentre la logica puramente quantitativa della merce corrode il significato stesso della qualità, ogni singola merce (attraverso la pubblicità e la comunicazione) è costretta a cercare di divenire veicolo di senso e di valori per distinguersi da tutte le altre perché, proprio nel trionfo dell’astratto, esse diventano tra di loro tendenzialmente indifferenziate.

Vista in questi termini la contraddizione capitale/lavoro sempre più va esplicitandosi come il comune terreno di omogeneità concreta, su scala planetaria, del proletariato universale che incomincia a costituirsi come soggetto collettivo rivoluzionario. Il proletariato universale è la categoria che ci permette di scorgere le fondamenta materiali di ciò che altrimenti non può che apparire come mero aggregato di individui separati e di atomi irrelati, unificabili soltanto nella virtualità della rappresentazione spettacolare, sotto l’attenta regia dei mass media e dei professionisti della politica (una regia che, tra l’alto, rivela un singolare esempio di "divergenze parallele"). L’esistenza reale del proletariato universale, frutto delle dinamiche materiali del capitale totale su scala globale, consente di proiettarci oltre quella moltitudine che viene spacciata come espressione ultima della soggettività rivoluzionaria. E questa stessa esistenza reale rende possibile un processo di ricomposizione risultato esclusivo di quella prassi autonoma del proletariato che non ha bisogno alcuno di registi, scenografi e costumisti professionisti perché è fondata su una reale omogeneità materiale e non sugli esercizi di strategia applicati dall’esterno ad una moltitudine informe.

Tutto ciò non significa, però, ridurre meccanicamente la complessità delle forme dell’agire sociale alla sola sfera lavorativa, e le forme di rifiuto del presente a parole d’ordine di natura esclusivamente "sindacale". Significa, invece, individuare nessi e relazioni tra le contraddizioni, comprendere la pervasività delle macchina del capitale e superare le aporie che essa genera. Quelle aporie che, recentemente, proprio a Genova si sono nuovamente manifestate, vedendo contrapporsi chi reclama il diritto a vivere in un ambiente non malsano, non reso invivibile dagli scarichi delle acciaierie, e chi difende quel posto dentro l’acciaieria che, necessario alla propria sussistenza, giorno dopo giorno, consuma i polmoni.

La posta in gioco è oggi molto alta. La strada da percorrere ancora lunga prima che le membra sparse del proletariato universale si ricompongano in un soggetto collettivo rivoluzionario. Un nuovo ciclo di lotte è appena iniziato. Oggi, perciò, si tratta di scoprire, riscoprire, e sperimentare modalità concrete di interrelazione fra gli individui. Questo progetto, tuttavia, non può prescindere dal privilegiare sempre e comunque il terreno del "collettivo", dell’"autorganizzazione", del "conflitto" e del "materiale". Non bisogna cedere a facili fughe verso una "virtualizzazione" dell’agire collettivo e delle lotte che, assumendo come proprie le dinamiche e l’intima natura del "nemico", destituirebbe in origine ogni tentativo di progettazione e costruzione di un futuro diverso.

La virtualità non è altro che la virtù di chi oggi si accontenta di compromessi al ribasso perché non sa guardare avanti. Non abbiamo bisogno di mettere in scena alcuno spettacolo, fosse anche quello della rivoluzione. Ciò di cui abbiamo necessità è molto più simile ad un lungo carnevale, nel senso originario del termine: un agire collettivo, gioioso e drammatico al tempo stesso, in cui non c’è distinzione tra attori e spettatori, in cui è la vita stessa che mette in scena una propria forma altra più libera, in cui tutti sono coinvolti e sono obbligati ad autopercepirsi in modo rovesciato.

Roma 15 lug. 2001

Vis-à-Vis. Quaderni per l'autonomia di classe